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	<title><![CDATA[MSNI: Raccontini]]></title>
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	<pubDate>Sat, 29 May 2010 19:48:31 +0200</pubDate>
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	<title><![CDATA[Raccontini]]></title>
	<description><![CDATA[<p><strong>IL DIROTTATORE</strong></p>
<p><br>Arturo era calmo e non si aspettava l'avventura che lo avrebbe coinvolto da l&igrave; a poco: erano anni che prestava servizio su quella linea ed aveva sempre avuto il controllo della situazione, nonostante tutte le intemperie. Anche stavolta era lui ai comandi del mostro d'acciaio. Sapeva che se la sarebbe cavata benissimo, come al solito.<br>Giacomo era un passeggero estremamente annoiato, od almeno cos&igrave; sembrava: leggeva il giornale gettando ogni tanto un'occhiata distratta al paesaggio che scorreva all'esterno del finestrino.<br>Tutto sommato normale, direte voi. E invece no! Ad un tratto Giacomo si alz&ograve;: un mitra era apparso quasi per incanto tra le sue mani. Qualcuno fece per urlare. "Silenzio!" intim&ograve; il dirottatore e si diresse verso la cabina. Impegnato ai comandi, Arturo non s'era accorto di nulla, ed il freddo della canna alla tempia lo colse di sorpresa. "Dirotta al pi&ugrave; vicino aeroporto!"<br>Arturo pens&ograve; potesse trattarsi di uno scherzo, ma l'arma faceva poca voglia di mettersi a ridere. Decise di ubbidire e di dirigersi verso l'aeroporto pi&ugrave; prossimo. "Ci arriveremo in una quindicina di minuti", avvert&igrave;.<br>Si lasci&ograve; cos&igrave; travolgere dai pensieri: eh, gi&agrave;, aveva sentito di parecchi piloti alle prese con i dirottatori, ciononostante non avrebbe mai pensato che una sorte simile sarebbe toccata pure a lui. In tante ore di servizio gli era capitato di aver a che fare con i temporali e con le loro turbolenze, i fulmini, i problemi del gelo, ecc. ma i dirottatori proprio non li aveva mai considerati (neanche quando pioveva a... dirotto): ed ora ne aveva l&igrave; accanto uno. Che fare?<br>"Mi raccomando, non fare scherzi!" Queste parole lo scossero dai suoi pensieri. Gi&agrave;, che scherzi poteva fare? Non aveva la possibilit&agrave; di chiamare aiuto via radio od altro: poteva solamente ubbidire. A meno che...<br>L'idea che gli balen&ograve; era rischiosa, ma decise di tentare ugualmente: una rapida manovra con i comandi ed il grosso pachiderma ebbe un sussulto. Ci&ograve; bast&ograve; perch&eacute; il dirottatore, preso di sorpresa, perdesse l'equilibrio e cadesse a terra.<br>Arturo ne approfitt&ograve; per abbandonare i comandi e saltargli addosso. Con un calcio ben assestato allontan&ograve; l'arma caduta a terra ed i due cominciarono a darsele di santa ragione.<br>Ad un certo punto si ud&igrave; uno schianto, il sobbalzo fece cadere i passeggeri dai sedili, ci furono scene di panico. Poi pi&ugrave; nulla.<br>Arturo riprese il controllo di se stesso e cominci&ograve; a ricomporsi la divisa: ormai il dirottatore era stato fermato dai passeggeri, bastava avvisare la polizia. Spense il motore e scese a valutare i danni: poco male, quel tronco di quercia aveva solo preso di striscio la fiancata, bloccando per&ograve; il veicolo. Ci&ograve; imped&igrave; un incidente ben pi&ugrave; grave.<br>Arturo continu&ograve; a ripensare all'accaduto: che strano, dirottare un autobus di linea... boh!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>LE GUERRE PUBICHE</strong><br><br>Anno 1971. La professoressa di  storia la chiamavamo semplicemente prof ed il professore di matematica  profess&ograve;. Non gradivano ma nemmeno dava loro fastidio. Invece il bidello  s&rsquo;incavolava a morte se lo chiamavamo bid&egrave;. Comunque sia quel giorno me  ne stavo mezzo stravaccato sul banco con l&rsquo;aria sicuramente annoiata  mentre entrava nell&rsquo;aula la prof. Mi ricomposi subito, cercando di  assumere un&rsquo;aria pi&ugrave; idonea, qualcosa che almeno assomigliasse a quella  di uno studente, ma era dura. La prof era sui 25 anni, al suo primo anno  d&rsquo;insegnamento. Piccolina e rotonda, camminava invece di rotolare in  quanto un paio di stivali che immagino non togliesse mai le davano la  rigidit&agrave; necessaria a mantenersi in posizione eretta. Una volta entrata  si posizion&ograve; davanti alla cattedra. Il brusio della classe cess&ograve; di  colpo. Un aeroplanino di carta ritardatario fin&igrave; il suo volo  spiaccicandosi sul muro in fondo all&rsquo;aula, per poi ricadere a terra.<br>Facendo  finta di niente la prof si gir&ograve; con il suo caratteristico scricchiolio  di tacchi alti almeno 12 cm. Si avvicin&ograve; alla lavagna, una tavola di  ardesia larga almeno 2 metri ed alta un metro e 10 appesa al muro con  due grossi ganci. Spingendosi in alto, tanto da sembrare dover spiccare  il volo, tutta tesa e protesa verso l&rsquo;alto riusc&igrave; a scrivere, nella  parte inferiore della lavagna, appena sopra il legno della cornice, la  scritta in maiuscolo:<br><br>I ROMANI NEL VENETO<br><br>Mentre  sottolineava la scritta il gesso si spezz&ograve;. Una parte cadde a terra,  l&rsquo;altra continu&ograve; la sua corsa sulla lavagna, completando la  sottolineatura ed emettendo il caratteristico rumore che fece schizzare  su ed impietrire tutti gli studenti. Al termine della&nbsp; sottolineatura  probabilmente era rimasta sulla lavagna oltre alla traccia bianca del  gesso anche una mezza unghia della prof, che a questo punto si gir&ograve;  verso di noi, con la sua faccia tonda come il corpo, ma si distingueva  da quest&rsquo;ultimo per la mancanza di stivali. Sorrideva.<br>&ldquo;Oggi  continuiamo la lezione precedente sui romani e proseguiamo con la venuta  dei romani nel Veneto, anzi, prima di continuare sar&agrave; il caso che  facciamo qualche interrogazione in maniera che possiamo vedere se avete  capito.&rdquo;<br>&ldquo;Continuiamo, proseguiamo, facciamo, possiamo vedere &ndash;  ripetevo tra me e me &ndash; altro che plurale maiestatis, sarebbe meglio il  singolare poveratis.&rdquo;<br>Avevo ancora il brivido del gesso che correva  lungo la schiena e se ne stava aggiungendo un altro, quello premonitore  dell&rsquo;interrogazione. Cominciavo a pensare che il &ldquo;poveratis&rdquo; sarei stato  io se fossi stato interrogato.<br>Mentre la prof si guardava attorno  alla ricerca della classica faccia da interrogazione io cercavo di  tenere la mia testa allineata a quella del ragazzo del banco davanti al  mio, in modo da sparire agli occhi della prof. Speranza vana:  all&rsquo;improvviso il ragazzo starnut&igrave; e mentre si abbassava a prendere il  fazzoletto mi lasci&ograve; scoperto, proprio mentre la prof si girava  istintivamente nella direzione dello starnuto, cio&egrave; nella mia! Lo  sapevo, avevo la scritta &ldquo;interrogami&rdquo; stampata in faccia, e per ironia  della sorte l&rsquo;agitazione mi aveva mandato il sangue alla testa, per cui  la scritta appariva pure in rosso lampeggiante al ritmo delle mie  pulsazioni cardiache.<br>&ldquo;Ah, ecco, giusto, interroghiamo Neddi.&rdquo;<br>Per  un microsecondo sperai che ci fossero almeno venti miei omonimi  nell&rsquo;aula, ma subito dopo realizzai che non ce n&rsquo;era uno nemmeno in  tutt&rsquo;Italia, figurati nell&rsquo;aula, per cui toccava per forza a me.<br>Mi  trascinai in piedi, ormai sconsolato e rassegnato, e mi avvicinai alla  &ldquo;zona interrogazione&rdquo;, cio&egrave; presi posto davanti alla lavagna.<br>&ldquo;La  volta scorsa abbiamo visto che nel secondo secolo avanti Cristo&hellip;&rdquo;<br>Non  l&rsquo;ascoltavo, ero troppo occupato a tentare di mimetizzarmi tra lo  sciame di formiche che usciva da una crepa nel muro.<br>&ldquo;&hellip;nel secondo  secolo, dicevo&rdquo; - e qui una pausa, poi riprese calcando bene le parole.  Sulla mia faccia probabilmente era apparsa anche la scritta &ldquo;help&rdquo;,  lampeggiante pure essa.<br>&ldquo;&hellip;nel secondo secolo c&rsquo;erano le guerre  puniche&hellip; mi sai dire qualcosa delle guerre puniche?&rdquo;<br>Io non sapevo  nulla nemmeno delle guerre pudiche, quelle che facevano tutti nudi con  la foglia di fico Adamo ed Eva, figuriamoci delle guerre puniche! In  ogni caso con la mente ero lontano mille miglia dall&rsquo;argomento trattato e  sicuramente nemmeno queste mille miglia saranno state miglia romane.  Visto che il mimetismo con le formiche non era riuscito cercai un altro  stratagemma per cavarmela, ma non riuscii a pensare a nulla. Poi,  improvvisamente, il segno di sottolineatura scritto dalla prof alla  lavagna mi dette un&rsquo;idea. Presi un gessetto e mi abbassai con la schiena  (per fortuna ero giovane, ora mi avrebbe fatto male) fino alla parte  inferiore della lavagna e continuai la linea della sottolineatura,  ispessendola ed allungandola verso l&rsquo;alto in modo da portarla verso il  centro della lavagna e farne una strada romana, con tanto di basolato.<br>&ldquo;Al  termine delle guerre puniche - esordii &ndash; e precisamente nel 148 a.C&hellip;.&rdquo;<br>Feci  una breve pausa in modo da assicurarmi l&rsquo;ascolto della prof ed inoltre  da rendermi conto di essere proprio io a parlare, fino ad un attimo  prima non ci avrei creduto. Continuai orgogliosamente:<br>&ldquo;&hellip;in Veneto  arriv&ograve; la via Costumia!&rdquo;<br>&ldquo;See&hellip; la via dei costumi di carnevale!&rdquo; rise  una voce in fondo all&rsquo;aula.<br>Rise anche la prof, che mi rimand&ograve; al  posto con un insperato 6 (sia pure meno meno) visto che, disse,  evidentemente non aveva ben spiegato le guerre puniche e la via Postumia  (&ldquo;e non Costumia&rdquo;, rimarc&ograve;) la doveva ancora spiegare.</p>
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<p><strong>IL SEGNALE</strong><br><br>Alfonso non era un generale ma si  trovava ugualmente dietro la collina. Non era la prima volta che doveva  usare un fucile, ma questa volta sapeva che sarebbe stato differente.<br>Da  bravo cacciatore di solito utilizzava l'arma per abbattere qualche capo  di selvaggina: era stata infatti la passione per la caccia che anni  addietro gli aveva messo l'arma in mano.<br>Questa volta per&ograve; era  diverso. Sapeva che doveva sparare ad un preciso segnale, che gli doveva  giungere all'ora prestabilita. Inspir&ograve; profondamente e scrut&ograve; il cielo  limpido di agosto.<br>Consult&ograve; l'orologio: mancava ormai veramente poco  alle 08.30, l'ora X. Cominci&ograve; a pensare: cosa sarebbe successo se il  sofisticato marchingegno non avesse ricevuto il segnale come stabilito?  Dapprima ebbe un impulso di rifiuto, ma poi i suoi pensieri cominciarono  a mettere a fuoco la situazione. Suo fratello sicuramente non avrebbe  avuto futuro se avesse fallito. Le sue mani iniziarono a tremare  leggermente, poi pi&ugrave; intensamente. Aggrott&ograve; le sopracciglia, inspir&ograve;  profondamente e riprese il controllo di se stesso. Imbracci&ograve; il fucile  che teneva a tracolla, tolse la sicura e punt&ograve; l'arma verso il cielo,  come alla ricerca di un nemico invisibile. Poi, senza spostare l'arma,  gir&ograve; la testa verso quella scatola che ormai non sapeva se odiare oppure  amare. Da lei doveva scaturire un segnale che poteva cambiare il futuro  non solo di suo fratello, ma dell'intera umanit&agrave;. Mancavano ormai pochi  secondi. Inizi&ograve; mentalmente un conto alla rovescia... 10... 9... 8... -  Dio non ce la faccio! - 7... 6... - Devi farcela! - si disse 5... 4...  Ormai il sudore gli colava davanti al viso, non sapeva se ci&ograve; fosse  dovuto al sole di agosto oppure all'emozione del momento, ma ormai  importava poco. 3... 2... 1... un istante di pausa... niente! Pochi  attimi di ansia, mille pensieri concentrati in un batter di ciglia,  lampi di luce e figure nella mente... forse aveva sbagliato a contare,  forse l'esperimento era fallito. Trem&ograve; a quest'ultimo pensiero ed alle  sue terribili conseguenze. Rifece il conto alla rovescia. 5... 4... 3...  2... 1... ze... Tre colpi secchi lo fecero sussultare. Era il segnale!  Rimase un secondo a fissare come inebetito la grossa scatola di legno  che aveva emesso quei tre colpi, come a voler sincerarsi che  provenissero effettivamente da l&igrave;. Poi si riprese. Ora toccava a lui.  Riprese fiato e poi, con apparente calma, senza prendere nemmeno la  mira, spar&ograve;.<br>Il rumore della deflagrazione si spanse tutt'intorno per  qualche chilometro. Stormi d'uccelli s'innalzarono in volo spaventati  in uno spolverio di piume, qualche timida lepre s'infil&ograve;  precipitosamente nella tana, poi, una volta spenta l'eco dello sparo, un  silenzio irreale piomb&ograve; tra le colline bolognesi.<br>"Vittoria!"  Alfonso sapeva che suo fratello Guglielmo sarebbe stato fiero di lui.  Era certo che a 2400 metri di distanza, dall'altra parte della collina  dei Celestini e precisamente dalla finestra del suo laboratorio a Villa  Griffone di Pontecchio, Guglielmo aveva sentito lo sparo e probabilmente  stava esultando. Il colpo di fucile sparato in aria era la risposta  all'insolito segnale. Forse in quel momento nessuno dei due si rese  conto della portata di ci&ograve; che avevano fatto, in quel lontano 1895: ma i  fratelli Alfonso e Guglielmo Marconi ne sarebbero per sempre stati  orgogliosi. Quel segnale, i tre colpi che rappresentano la lettera "S"  in alfabeto&nbsp; Morse,&nbsp; erano in realt&agrave; un segnale radio: si trattava della  prima trasmissione del telegrafo senza fili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>PIANETA TERRA</strong><br><br>C'era una volta il pianeta Terra. Ora non c'&egrave; pi&ugrave;.<br>In quel tempo la tecnologia aveva avuto un incremento notevole rispetto alle epoche precedenti e ci&ograve; aveva rivoluzionato il modo di combattere. Ormai da tempo le guerre si combattevano a tavolino, come fare una partita a scacchi. Ogni mossa studiata dal proprio quartier generale si rifletteva istantaneamente a tutte le unit&agrave; controllate dalla nazione. La guerra fredda era solamente un triste e lontano ricordo, ma le nazioni continuavano in maniera sommersa lo sviluppo ed il test delle proprie tecnologie. L'atollo di Oigres era una delle unit&agrave; di difesa/attacco nucleare disseminate nell'Oceano Atlantico durante la corsa agli armamenti. Concepita durante gli anni pi&ugrave; bui della guerra fredda, aveva in dotazione decine di missili a testata nucleare con una gittata intercontinentale. Tutte le attrezzature della base erano state rinnovate pi&ugrave; volte nel corso degli anni e quindi la base stessa era quanto di pi&ugrave; avanzato ci potesse essere a livello tecnologico, anche se era gi&agrave; passato qualche anno dall&rsquo;ultimo aggiornamento della struttura.<br>Non aveva un nome ma solo una sigla: MDF576 ed era un chip intelligente che lavorava con centinaia di altri suoi simili nelle schede del grosso elaboratore della base di Oigres. Il suo lavoro era semplice: doveva bloccarsi all'arrivo di un impulso negativo. Essendo un controller intelligente sapeva quanto era importante la sua funzione: l'elaboratore era infatti collegato ai dispositivi di lancio dei missili nucleari e quindi guai se non avesse svolto nel migliore dei modi il suo delicato compito. Il chip svolgeva da anni quel lavoro, non si lamentava mai, d'altronde era tenuto in un ambiente a temperatura controllata: riscaldato d'inverno e rinfrescato d'estate. Che dire poi dell'alimentazione? Era stabilizzata con precisione. Chi stava meglio di lui? Quell'estate per&ograve; aveva fatto un caldo inusuale e purtroppo la ventola di raffreddamento con il passare degli anni aveva cominciato e divenire inefficiente, rumorosa, ed a perdere giri. Fu cos&igrave; che proprio in una delle giornate pi&ugrave; torride di agosto si ferm&ograve;. Il chip MDF576 cominci&ograve; a patire il caldo come non aveva mai sofferto nei vari anni di servizio. E surriscaldandosi si accorse che stava avvicinandosi alla temperatura di fusione del silicio, il semiconduttore di cui era costituito. Si rese conto che stava morendo. Le forze gli venivano sempre meno e proprio in questo frangente arriv&ograve; un impulso negativo. Riusc&igrave; a malapena a bloccarlo, ma subito dopo ne arriv&ograve; un altro e poi un altro ancora. Ormai stremato il chip riusc&igrave; a bloccare il secondo impulso, ma non il terzo. Mentre moriva con la fusione del suo cuore di silicio, vide con orrore l'impulso diramarsi per le miriadi di fili, attraversare varie schede e centinaia di chip, per poi giungere ai dispositivi di lancio che si attivarono in sequenza.<br>C'era una volta il pianeta Terra. Ora non c'&egrave; pi&ugrave;.</p>
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	<dc:creator>Sergio Neddi</dc:creator>
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	<guid isPermaLink='true'>https://msni.it/blog/view/840/raccontini#item-annotation-590</guid>
	<pubDate>Mon, 31 May 2010 10:29:53 +0200</pubDate>
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	<title><![CDATA[Commento di Raul Bove]]></title>
	<description><![CDATA[<p><strong>non so se mi spiego</strong>, come disse il paracadute ! ;)</p>
<p>&nbsp;</p>]]></description>
	<dc:creator>Raul Bove</dc:creator>
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